Anna Morroni Come in una Risacca

Anna Morroni

COME IN UNA RISACCA

 A CURA DI CATIA MONACELLI
 CON IL TESTO CRITICO DI
  VITTORIO SGARBI, CATIA MONACELLI, ANDREA BARRETTA
GUALDO TADINO (PERUGIA), CHIESA DI SAN FRANCESCO
7 -29 NOVEMBRE 2020
INAUGURAZIONE SABATO 7 NOVEMBRE ORE 16.00
CON IL PATROCINIO DEL COMUNE DI GUALDO TADINO,
PROMOSSA DAL POLO MUSEALE CITTÀ DI GUALDO TADINO
 
La calda umanità di Anna Morroni di Vittorio Sgarbi

Si è spesso detto che il critico compie un lavoro simile a quello dell’interprete, trasponendo il linguaggio dell’arte in lingua corrente, volgendo in discorsi compiuti intenzioni espressive che l’artista non sarebbe in grado di fare con altrettanta proprietà. Un parallelo, quello fra critico e interprete, che forse può fare inorridire gli imbonitori fanatici della critica “demiurgica”, i “dulcamara” convinti di poter inventare dal nulla qualsiasi genio artistico e di trasformarlo in un grande businnes; ma come capita in letteratura, la traduzione è in realtà un compito delicatissimo in cui non basta affatto conoscere una lingua straniera, ma bisogna essere in grado di cogliere, trasporre e rispettare al meglio determinate volontà espressive di uno scrittore. E se non esistessero i traduttori, gran parte dell’umanità sarebbe impedita di capire Dante, Shakespeare o Kafka. In ciò il critico dovrebbe riconoscere la sua funzione principale: convertire l’arte in logos, discorso verbale, perché diventi riflessione, proposta, dibattito, cultura nel senso più vero del termine.

Se l’arte fosse solo ciò che si può vedere, senza dare troppa importanza a ciò che si può dire su di essa, sarebbe una cosa molto meno importante e interessante di quanto non sia. Sarebbe una comunicazione semplicemente visiva, quando ogni vera arte è sempre l’insieme di due comunicazioni che stabiliscono un piano di continuità fra chi crea l’opera d’arte e chi la osserva. C’è insomma, il linguaggio della disciplina artistica e quello verbale a commento di essa, perché ogni vera opera non si esaurisce solo in se stessa, ma in ciò che si pensa, si dice o si scrive sul suo conto. Se un’opera non fa pensare, dire, scrivere, è probabile che valga poco. 

Molto invece c’è da dire sull’opera di Anna Morroni, sulla sua poetica e intrinseca bellezza, che sfocia inevitabilmente in una metafora capace di trasmettere con grande intensità i dubbi che da sempre attanagliano l’uomo. Figure solitarie si alternano a dipinti in cui invece ad emergere è la complessità del gruppo umano, come in una Babele in cui la comprensione sembra perduta per sempre. Trapela dalle figure di Anna Morroni una sensazione di disagio, una tensione psicologica che ci conduce ad una distanza che non scioglie del tutto il mistero. È come il ricordo di un sogno che si materializza davanti ai nostri occhi, rendendo congelate e quasi immobili le figure di picassiana ispirazione.

Anna Morroni nel suo fare arte si è cimentata in tutto, sperimentando senza tregua con la sua forza creatrice. Leggende, miti, archetipi diventano per lei i compagni di un viaggiare senza sosta, alla scoperta di nuove terre e confini da superare. È  nei colori caldi, pastosi, stesi puri sulla tela, che la sua opera si completa, avvolgendo lo spettatore di calda umanità.

COME IN UNA RISACCA. L’OPERA DI ANNA MORRONI DI CATIA MONACELLI

Attraversata da una vena forte di dolore è tutta l’opera di Anna Morroni, dalla quale emerge un mondo crudo, popolato da un’umanità dolente, scavata, fragile, in bilico. Quello della Morroni è da sempre uno sguardo di estrema sensibilità, senza filtri, tra le pieghe dell’esistenza, in cui l’abisso è dietro l’angolo, ma altrettanto forte è la resilienza, la volontà di vita delle sue figure che emergono a tutto campo, conquistando l’intero spazio della tela.

I viaggi nel mondo, l’incontro con altri popoli e la passione per la fotografia, si ritrovano nella sedimentazione pittorica di un istinto per la materia che trapela nel racconto iconografico, divenendo una superficie di colore e di pelle insieme, limite invalicabile per l’artista e per lo spettatore, come la quinta di un teatro. Non è poi così tanto difficile immergersi nel suo universo e, come la risacca, ci si avvicina e ci si allontana al contempo, troppo forti quelle immagini per essere ignorate, troppo dolorose per essere indagate fino in fondo. Persistente nei suoi lavori il tema della maternità, della nascita e del distacco, così come quello dei miti e delle leggende, prese a prestito per inscenare racconti fantastici che narrano di origini dell’uomo.

Non mancano in Anna Morroni i richiami di denuncia: una società che spesso esclude ed emargina chi è diverso, chi non si conforma, o per sua scelta o per destino; o ancora una critica non velata contro i poteri temporali, verso chi si professa capopopolo, mentore, sacerdote, icona, come nell’opera-metafora la “Religione è l’oppio dei popoli”. Poi c’è anche spazio per la dolcezza e per l’amore, brevi guizzi almeno; arriva la pace, il sapore della conquista, l’ardore dei sogni che possono avverarsi, scendere nel quotidiano, riscaldare.

Sacro e profano si mescolano, spirituale e terreno coesistono. C’è una profonda conoscenza dell’arte in generale nel suo percorso e grande capacità di sperimentazione. Nelle linee e nei volumi domina con forza l’influenza di Pablo Picasso, per Anna Morroni solido punto di partenza ma anche porto d’arrivo: un’eco, un richiamo nella notte, un vestito che si fa carne, pensiero, riflessione, sogno, dramma e che investe con veemenza la sua arte ed i suoi protagonisti.

In occasione della serata inaugurale verrà messo a disposizione del pubblico il Catalogo con progetto grafico e impaginazione di: Laura Migotto e Stefano Ferracci e le fotografie di: Stefano Ferracci, Anna Morroni e  Giorgio Bertozzi, Presidente Associazione Culturale Neoartgallery.

Note biografiche

Anna Morroni, nata a Gualdo Tadino (PG), ha frequentato l’Accademia di “Belle Arti” di Perugia, sotto la guida del prof. pittore aerospaziale DOTTORI.
Ha insegnato per svariati anni Storia dell’arte e disegno presso licei scientifici, Istituti d’Arte e scuole medie per poi dedicarsi esclusivamente alla professione libera di artista esponendo in tutta Italia e all’estero.
Oggi vive e  lavora spostandosi tra il suo atelier di Grottaferrata (Roma) e quello di Lugano (CH). Hanno scritto di lei autorevoli critici sui migliori quotidiani e riviste italiane e straniere.

 

Chiesa Monumentale di San Francesco

La Chiesa di San Francesco è uno splendido esempio di arte devozionale legata all’ordine francescano, fu edificata alla fine del XIII secolo per ospitare i francescani conventuali e consacrata nel 1315. Sorge sulla piazza principale del centro storico di Gualdo Tadino, Piazza Martiri della Libertà, sul lato opposto alla cattedrale di San Benedetto. La facciata tuttavia si affaccia su Corso Italia, mentre sul fianco sinistro sorgeva il convento. La facciata è caratterizzata da copertura a capanna e dal grande portale gotico fregiato di capitelli, mentre all’interno la chiesa, costituita da un’unica ampia navata, ha una struttura simile a quella della Basilica di San Francesco ad Assisi. Particolarmente ricca è la decorazione delle pareti che sono affrescate con dipinti di scuola umbro-marchigiana datati tra il XIV e il XVI secolo. Le opere più pregevoli sono sicuramente quelle del pittore-notaio rinascimentale Matteo da Gualdo, di grande impatto nella scuola umbra: sue sono la “Madonna col Bambino in trono e i Santi Francesco d’Assisi e Sebastiano”, posta sulla controfacciata di sinistra, la “Crocifissione” dell’abside, la “Madonna col Bambino e San Francesco” nella terza arcata di sinistra e la “Madonna col Bambino e Sant’Anna” sul pilastro tra la prima e la seconda cappella della chiesa. Da ammirare anche il quattrocentesco coro ligneo, l’altare maggiore ed il pulpito sulla sinistra, risalenti al XIV secolo.

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